I racconti

MASSIMO SCHUSTER E IL RACCONTO

Faccio spettacoli di teatro di narrazione prima di tutto per esplorare le possibilità espressive della parola. Rinunciando a manipolare le marionette ho scoperto con sorpresa che potevo declinare in un altro modo la mia esperienza di marionettista, in particolare per quel che riguarda la drammaturgia, il ritmo della narrazione e i movimenti del mio corpo.

Dall'inizio degli anni '80 ho sempre avuto il scena il triplo ruolo di marionettista, attore e narratore. Le dosi di questo miscuglio sono cambiate da uno spettacolo all'altro, ma, sempre presenti, hanno finito col diventare una specie di marca di fabbrica del mio lavoro nel quadro di quel teatro di figura europeo che per anni ha privilegiato l'immagine più che la parola.

Ora, parlare da attore o farlo da marionettista non è la stessa cosa. Per l'attore la cosa fondamentale è trovare un rapporto intimo e unico col personaggio che interpreta. Per il marionettista invece, soprattutto quando, da solista, presta la sua voce a tutti i personaggi, quel che conta non è più il rapporto con un singolo personaggio, ma con lo spettacolo nel suo insieme. Se poi aggiungiamo che la struttura fisica di ogni personaggio impone un ritmo, una parlata e un tono particolari, ne viene fuori una recitazione necessariamente "sopra le righe", lontana da ogni pretesa naturalista. Non a caso in Africa e altrove i marionettisti sono spesso anche raccontatori.

Il teatro di narrazione mi permette poi di presentare testi epici e/o mitologici provenienti da culture diverse dalla nostra. È andando a vedere altrove, mostrando come altre culture trattano i problemi della condizione umana e come trovano altre risposte, rispettabili e accettabili almeno quanto le nostre, che possiamo partecipare a quella ricerca di tolleranza e di condivisione che sono le uniche soluzioni possibili per il mondo contemporaneo. Sono perfettamente cosciente di quanto limitato sia il potere del teatro, ma per piccolo che questo sia, mi sembra necessario usarlo con determinazione e onestà.

Le mie narrazioni si basano su canovacci che mi permettono numerose varianti da una sera all'altra. Questo è uno degli elementi che mi affascinano nella narrazione, la possibilità di allontanarmi dalla rigidità intrinseca di uno spettacolo teatrale che non può mai allontanarsi più di tanto da uno schema prestabilito e imposto dalla scelta di uno spazio, dalle luci, dalle musiche, dal testo imparato a memoria. Lavorare a canovaccio implica conoscere a fondo il soggetto trattato per declinarlo poi ogni volta secondo parametri diversi. È così che ho finito col prendere l'abitudine di decidere in camerino, pochi minuti prima di andare in scena, quali episodi di una data storia racconterò quella sera e quali tralascerò. Questa grande libertà espressiva mi accorgo poi che riesco a ritrovarla almeno in parte quando riprendo le marionette e posso dire che il mio lavoro di marionettista in questi ultimi anni non avrebbe avuto la stessa evoluzione se non fosse stato accompagnato dagli spettacoli di narrazione.

Questa libertà mi permette inoltre di rivolgermi a spettatori diversissimi gli uni dagli altri, dai bambini agli adulti, da un pubblico di centinaia di persone a quello, raccolto, di piccole sale di periferia, dagli spettatori colti ed esigenti dei festival a quelli meno abituati ad andare a teatro. Per anni ho insistito sul fatto che il teatro di figura non è e non deve essere riservato ai bambini; grazie alla narrazione ho imparato a rivolgermi anche a loro.